Scegliere il rivestimento per la propria casa non è più solo una questione di estetica o budget, ma una responsabilità verso l’ambiente. Ogni materiale che calpestiamo porta con sé una storia: l’impatto ambientale dei pavimenti non riguarda solo lo smaltimento finale, ma l’intero ciclo di vita del materiale – dall’estrazione delle materie prime alla produzione, fino alla posa e alla manutenzione.
E poi, per valutare l’impatto complessivo di un materiale, bisogna prendere in considerazione fattori cruciali e spesso trascurati come la qualità dell’aria indoor e l’energia grigia.
Impatto ambientale del pavimento: quali sono i materiali sostenibili?
Per farsi una prima idea dell’impatto ambientale dei pavimenti, non si può che iniziare dall’analisi del ciclo di vita dei diversi materiali utilizzati per la loro realizzazione. È facile immaginare che le resine epossidiche, derivate dal petrolio, abbiano un impatto notevole sull’ambiente, come si può facilmente supporre che una ristrutturazione in microcemento sia una soluzione sostenibile poiché permette di evitare di produrre quintali di macerie da smaltire. Una valutazione più sistematica dell’impatto ambientale di un certo materiale non può però prescindere dalla considerazione di alcune caratteristiche fondamentali, come quelle che riguardano le modalità usate per ottenere quei materiali e il loro trasporto.
Legno e sostenibilità: un serbatoio di carbonio naturale
La scelta dei pavimenti in legno è tradizionalmente considerata la soluzione più sostenibile di tutte: si tratta infatti di una risorsa rinnovabile, estremamente durevole e che si può recuperare facilmente grazie alla levigatura, che gli concede una seconda e terza vita prima di diventare uno scarto. Il legno del parquet, inoltre, continua a fungere da “serbatoio” di carbonio esattamente come faceva quando era parte dell’albero: si stima che in media circa il 50% del peso secco del legno sia costituito da carbonio.
Il bilancio del legno, quindi, sembrerebbe decisamente favorevole. Bisogna però considerare alcuni fattori cruciali:
- L’uso di colle e vernici sintetiche durante la lavorazione e la posa: oltre a rilasciare nell’aria indoor composti organici volatili (VOC), colle fenoliche e altre sostanze chimiche compromettono gravemente la sostenibilità del legno;
- Il trasporto, da considerare per esempio quando si scelgono legni esotici che provengono da oltreoceano e bambù (che per rinnovabilità sarebbe super-sostenibile), proveniente quasi sempre dalla Cina;
- La gestione delle foreste: scegliere un legno ottenuto tramite pratiche non sostenibili significa contribuire alla deforestazione, al dissesto idrogeologico provocato dal disboscamento e alla potenziale distruzione della biodiversità.
Per essere una scelta davvero sostenibile, è importante che il legno provenga da foreste gestite correttamente (cioè che sia almeno certificato FSC – Forest Stewardship Council o PEFC – Programme for Endorsement of Forest Certification) e che non sia trattato con sostanze sintetiche, né prima della posa né dopo. Il parquet più sostenibile è locale, certificato e trattato con oli e cere naturali – a cui, ovviamente, sarebbe bene far seguire una manutenzione eseguita con prodotti naturali o ecologici.
Linoleum, sorprendentemente sostenibile
Spesso confuso con la plastica, il linoleum è in realtà uno dei materiali più ecologici al mondo. Inventato nell’Ottocento, è composto da olio di lino, farina di legno e sughero (spesso proveniente da scarti di altre lavorazioni industriali), resina di pino e pigmenti naturali. Il suo supporto, quello che forse più di ogni altra cosa lo fa somigliare al PVC, è in realtà juta.
È inoltre l’unico pavimento che può essere considerato carbon neutral, se non addirittura carbon negative in fase di produzione, perché le piante usate per produrlo assorbono più CO2 di quanta ne venga emessa per fabbricarlo e trasportarlo a destinazione. Il processo di produzione infatti non richiede forni ad alta temperatura, come per il gres porcellanato o il cotto, ma avviene in camere riscaldate a temperature moderate.
Essendo composto di fibre vegetali e oli, infine, il linoleum è completamente biodegradabile: se smaltito correttamente, quindi, non rilascia sostanze tossiche, microplastiche o altri inquinanti nell’ambiente. Nonostante il suo aspetto simile a plastica e PVC, il linoleum è uno dei materiali più sostenibili in assoluto – a patto che venga protetto con cere adeguate che ne prolunghino la vita.
Ceramica e gres porcellanato: sostenibile se fatto per durare
Il gres porcellanato è uno dei materiali più diffusi, quando si tratta di pavimentazioni: è economico, resistente, richiede pochissima manutenzione ed è composto da materie prime naturali come argilla, sabbia e feldspati. Se andiamo ad analizzare il suo intero ciclo di vita, però, vediamo che il suo processo produttivo richiede temperature altissime (oltre i 1200°C), cosa che comporta alte emissioni di gas serra e un enorme consumo energetico.
L’impronta ambientale del gres porcellanato non è certo disastrosa: l’alto impatto iniziale può essere infatti compensato dalla estrema longevità di questo materiale, che se ben trattato può durare per oltre cinquant’anni. Inoltre, sempre più aziende hanno iniziato a riciclare le acque di processo e gli scarti crudi, e l’introduzione di lastre più sottili (da 3 e 6 millimetri) ha ridotto drasticamente il consumo di materie prime e le emissioni legate al trasporto.
Marmo e pietre naturali: il nodo dell’estrazione
L’estrema durabilità e l’assenza di processi industriali complessi rendono marmo e pietre naturali più sostenibili di altri materiali. C’è però una questione macroscopica: l’estrazione in cava è invasiva per il paesaggio e dannosa per gli ecosistemi locali. Trattandosi di materiali pesanti, inoltre, pietre e marmo sono molto dispendiosi da trasportare: la sostenibilità della pietra, si potrebbe dire, è direttamente proporzionale alla vicinanza della cava al cantiere. Se la pietra è locale, estratta con piani di ripristino ambientale e installata per durare generazioni può essere comunque considerata una scelta moderatamente sostenibile.
Pavimenti vinilici (LVT/PVC): una praticità che costa molto
I pavimenti vinilici sono economici e facili da posare, ma non dobbiamo dimenticare che il cloruro di polivinile (PVC) è derivato dal petrolio e la sua produzione e smaltimento sono altamente inquinanti. È infatti molto difficile da riciclare, e se incenerito in modo non controllato può rilasciare acido cloridrico e fumi altamente tossici. In fase di produzione, il PVC può rilasciare diossine e altre sostanze tossiche nell’ambiente. Per rendere il PVC flessibile, inoltre, vengono usati gli ftalati, additivi sospettati di essere interferenti endocrini. Sebbene le normative UE siano oggi molto rigide (molti prodotti sono ora “Phthalate-free”), l’impatto chimico globale resta alto.
C’è poi il problema delle emissioni indoor causate da adesivi e resine utilizzati nei pavimenti vinilici e stratificati. Esistono a proposito diverse certificazioni, come FloorScore ed Eurofins Indoor Air Comfort Gold, che garantiscono basse emissioni di VOC. In ogni caso, la scelta del PVC non rientra tra le opzioni sostenibili.
Oltre i materiali: energia grigia e smaltimento
Per valutare l’impatto ambientale del pavimento, abbiamo visto, non basta analizzare le caratteristiche dei singoli materiali. Bisogna considerare l’energia usata per produrli, le emissioni dei trasporti e lo smaltimento finale dei rivestimenti. È qui che entrano in gioco diversi concetti fondamentali, tra cui quello di energia grigia (Embodied Energy), cioè la quantità totale di energia necessaria per estrarre, produrre, trasportare e installare un pavimento.
Per calcolare l’energia grigia di un pavimento, bisogna sommare il consumo energetico di tutti i processi industriali coinvolti, il carburante consumato per il trasporto e l’energia richiesta per produrre i collanti, i livellanti e per far funzionare gli attrezzi in cantiere. L’energia grigia del gres porcellanato, per esempio, è molto alta a causa dei forni a ciclo continuo. Se il produttore utilizza biometano o idrogeno e recupera il calore dei forni, però, l’impatto cala drasticamente.
Parlando di energia è anche importante considerare l’inerzia termica dei materiali: un pavimento che assorbe calore durante il giorno e lo rilascia durante la notte permette di ridurre il consumo energetico della casa, bilanciando un po’ il dispendio iniziale.
Subentra poi la grande questione del fine vita dei pavimenti: il corretto smaltimento, o meglio il recupero, dei materiali è un prerequisito fondamentale per decretare la sostenibilità di un rivestimento. La scelta migliore sarebbe ovviamente recuperare un pavimento esistente, riciclando tavole di legno o affidandosi a tecniche di recupero come la levigatura e la lucidatura. Parquet massiccio, mattoni in cotto antico, lastre di pietra e cementine permettono il loro riutilizzo, a patto che siano posati a secco o con malte deboli.
Una piastrella in gres non tornerà mai più a essere una piastrella, ma può essere frantumata ed essere usata come sottofondo stradale o riempimento, evitando l’estrazione di nuova ghiaia. Anche il legno può essere facilmente riciclato, ma solo se non contiene colle e vernici tossiche. Lo smaltimento è un problema serio soprattutto per laminati e LVT, caratterizzati da una struttura multistrato di plastica, legno, carta e colle molto difficile (e dispendiosa) da separare.



